Pausa (senza) caffè

Tempo di lettura: 3 minuti

A voi piace il caffè? A me no.

Il caffè è una bevanda che, sotto l’aspetto del gusto, non mi ha mai attratto.
Non ho mai capito il bisogno che spinge le persone a berlo tutte le mattine e generalmente, alla fine di ogni pasto. Mi è sempre stato spiegato, le volte in cui l’ho chiesto, che lo si beve per il bisogno di “svegliarsi”, “destarsi”, “scuotersi”.

Per soddisfare questa necessità alcuni ne bevono un paio; ad altri ne servono di più, quattro o cinque, per arrivare fra i più accaniti ad un numero maggiore. Gli appassionati di caffè sono così tanti che noi di copiaincolla, qualche tempo fa, abbiamo dedicato loro addirittura un premio, l’Arabica Award.

Sempre qui in agenzia, quando qualcosa va storto con la macchinetta del caffè – più spesso di quanto crediate – vedo alcuni colleghi reagire come fosse l’Apocalisse: i più solidali preparano una caraffa di caffè americano solubile e la lasciano in cucina alla “prendete e bevetene tutti”. I più recidivi provano con qualche colpetto di incoraggiamento sul fianco della macchinetta. Altri prendono l’auto e vanno direttamente a bere un espresso al bar.

La risposta ai miei perché, dunque, è che ciò che accomuna tutti questi bevitori di caffè è proprio il “piacere” che si prova nel berlo. Quante volte ho sentito dire: “adesso ci starebbe proprio una buona tazza di caffè” oppure “qualcuno prende un caffè?”

 

Il caffè è la bevanda nazionale per eccellenza, il vero caffè espresso italiano è conosciuto e replicato in tutto il mondo. Eppure, l’ho già detto, a me il caffè non piace. Ma soprattutto non mi piacciono le sue varianti che nel tempo sono nate per soddisfare gli appassionati più incalliti: il gelato al caffè, le caramelle al caffè, i cioccolatini al caffè, il mokaccino o, ancora, il sorbetto al caffè.

Tuttavia, una cosa che mi colpisce di questa bevanda c’è ed è capire il motivo per il quale un Paese come il nostro, così attento all’artigianalità del prodotto e alla sua manualità, si sia lasciato abbandonare e travolgere dalle famose “capsule di caffè”.

Incuriosito da questo aspetto, ho cercato sul web la storia dell’invenzione delle capsule e, con mia grande sorpresa, ho scoperto che ha paternità svizzera e che la prima capsula è nata nel lontano 1975. 

L’ingegnere svizzero Eric Favre inventò le famose capsule quasi per scherzo, facendo una scommessa con la propria moglie, un’italiana, per riuscire a convincerla che gli svizzeri sapessero fare il miglior caffè espresso al mondo.

Come tutte le invenzioni e le cose nuove,  ovviamente i primi anni fece fatica a farsi strada nel mondo del consumismo, ma successivamente raggiunse quote di mercato via via sempre più grandi, sino a diventare oggi giorno “oggetto” di uso comune e persino di design.

Direi che a distanza di anni la scommessa è stata più che vinta.
E a voi piace il caffè? A quale non rinuncereste mai?