Hub di interconnessione creativa per bisogni primari

Alla fine succede sempre così, ogni grande aspettativa viene travolta dalla stupefacente potenza della semplicità.

Quella che avete appena letto è la frase che avevo scritto per concludere questo articolo ma poi ho pensato di spostarla all’inizio perché quello è il posto che merita.

Le mie aspettative sul lavoro, come quelle di molti altri ragazzi, nascono a scuola, su quel piccolo banco di ragioneria in cui sgomitavo per stirarlo, allungarlo e allargarlo così da farlo diventare una grande scrivania, pronto per passare da un’aula a un ufficio. Passano gli anni e le mie aspettative crescono ulteriormente, passando tra gli alti poco alti e bassi molto bassi di ingegneria. Quella scrivania non poteva più essere posizionata in un ufficio qualunque, ma doveva stare tra le pareti solide di una grande azienda.

Prende così forma l’aspettativa di una scrivania tutta mia all’interno di una azienda nota e famosa. Prende forma e si sgonfia appena ciò accade.

Colpa mia, sia chiaro; la scrivania non aveva alcun problema e l’azienda era giustamente nota e famosa per l’ottimo lavoro che svolgeva. Ingenuamente idealizzavo che questo bastasse a rendere speciale la mia vita lavorativa, ma arrivavo rapidamente a capire che la scrivania è semplicemente un piano d’appoggio per progetti da stampare, fogli con problemi da risolvere e post-it dove appuntare soluzioni e idee.

Realizzavo anche che un’azienda vista da dentro è tutt’altra cosa rispetto a ciò che puoi vedere da fuori. Ma resistere nel crearsi aspettative è difficile, almeno per me, complice anche quel periodo in cui dentro alle aziende iniziava a diffondersi la cultura di intrattenere i collaboratori con palestre, biliardini, divani e videogames. 

S’ingrandisce così l’aspettativa di una scrivania tutta mia all’interno di una azienda nota e famosa con uffici fighi, M&M’s gratis e un biliardino sempre a disposizione.

S’ingrandisce e si risgonfia appena ciò accade.

Vi sento commentare ironicamente i miei pensieri,  siate però sinceri, quante volte anche voi avete pensato a come sarebbe bello lavorare in un’ideale di ambiente così? Siamo tutti un po’ affascinati dalla “leggerezza dell’essere” che, come si sa, può diventare tristemente insostenibile. Palestre, videogames e biliardini che dovrebbero raccogliere divertimento, risate e gioia, sono invece acchiappa polvere e ragnatele. Tutto figo, per carità, ma questa roba degli uffici-sala giochi è una cosa che funziona in teoria, come il comunismo, dice una canzone.

Con il senno di tanti poi, oggi scrivo per documentare quello che adesso per me è davvero irrinunciabile in un ufficio: la cucina.

La cucina di copiaincolla

La cucina è la porta che varco per uscire dai problemi della scrivania, è la porta che varco dopo le riunioni soffocanti, è la porta che varco per entrare in quella leggerezza di cui capita di aver bisogno.

La cucina di copiaincolla è fatta così: un mobile bianco a tutta parete, un frigo, un lavandino, diversi microonde, diversi forni e fornetti, due tavoli rotondi con un sacco di sedie, un tavolo alto con un paio di sgabelli e un po’ di colore alle pareti. Tutto molto semplice e ordinario, ma che diventa straordinario perché, come per me anche per molti altri colleghi, quello è un luogo a sé, una zona franca, un apostrofo rosa tra le parole lavoro e urgente. E poi la cucina ti capisce sempre, anche quando è lunedì!

 

In cucina capita sempre qualcosa: c’è il giorno in cui, a sorpresa, qualcuno lascia una torta sul tavolo da mangiare, c’è il giorno in cui arrivano i campioni di un nuovo prodotto food da fotografare e da assaggiare, c’è il giorno in cui si ordina qualche schifezza da spizzicare e c’è il giorno in cui i colleghi top preparano la pizza per tutti. 

Ogni giorno in cucina si racconta una nuova storia: un nuovo amore, un vecchio amore, un compleanno, una nascita, un battesimo, una gara vinta, una gara persa, un nuovo collega, uno sconosciuto attirato dalle leggende raccontate in questo blog.

C’è chi in cucina ci abita, come il tecnico della macchinetta del caffè; perché tra le tante incertezze del nostro lavoro puoi invece stare sicuro che la macchinetta del caffè quando ti servirà sarà rotta. Ma il tecnico sarà li, come sempre, a risolvere il guasto e a offrirti un caffè di scuse.

Ci sono un sacco di cose inaspettate che puoi fare in cucina, come spiare il pranzo degli altri colleghi – oggi la Silvia ha la svizzera con le patate lesse – come leggere i biglietti acidi della collega del personale che riprende chi dimentica i piatti sporchi nel lavello, come cercare il tuo contenitore del pranzo tra la pila di tupperware-dell-ikea-tutti-uguali che affollano lo scolapiatti.

La cucina è un posto aperto a tutti, in ogni momento. Non hai il pranzo? Sei in cerca di uno spuntino? C’è una fantastica dispensa riempita con il contributo libero di tutti dove puoi trovare le cose più assurde recuperate dagli scaffali promozionali dei supermercati, si viaggia dalla italianissima indimenticabile Simmenthal alla più esotica preparazione a base di bulgur e lenticchie pronta in 40’ nel microonde.

E poi c’è il frigorifero – che da solo meriterebbe un articolo a parte – in cui nascono, crescono, si decompongono e poi rinascono frutti e vegetali di ogni specie e provenienza, e dove avviene l’inspiegabile e miracolosa figliazione dei vasetti di yogurt: ne riponi due alla banana, te ne ritrovi un terzo al mirtillo.

Ma aldilà dell’ironia, è un posto unico e insostituibile, puoi trovare la pace nello starci da solo o l’energia di una pausa in compagnia; ti ci puoi mettere a lavorare quando la scrivania ti opprime o dimenticarti di tutto per qualche minuto prima di rituffarti nel lavoro. Ed è incredibile come, pur rimanendo sempre la stessa, si trasforma continuamente insieme alle persone che la vivono. Credo che sia proprio tutto questo a renderlo uno spazio molto più interessante e utile rispetto a qualsiasi altra forma di gioco o intrattenimento provata in ufficio. Oggi è il posto che, se mancasse, per me non sarebbe la stessa cosa. Magari “cucina” non suona così cool e forse tra non molto la chiameremo con un nome figo tipo Hub di interconnessione creativa per bisogni primari, ma sono sicuro, senza dubbio alcuno, che oggi sarei disposto a tenere i miei fogli di lavoro sul piccolo vecchio banco di ragioneria pur di non rinunciare alla mia/nostra adorata cucina.

Alla fine succede sempre così, ogni grande aspettativa che ti crei viene travolta dalla stupefacente potenza della realtà più semplice.

L’ho riscritta anche qui così non me lo dimentico più.

Ciao!

SF.